Com’è noto, nessuno di noi è un’isola e la felicità è reale solo se è condivisa (e mi fermo qui con le citazioni). 

L’uomo è certamente un animale sociale, ma ha anche un acuto bisogno di spazi personali e se il bisogno di compagnia è riconosciuto da tutti come primario, il bisogno di starsene un po’ da soli non gode di altrettanta considerazione. 

Socialmente, è come se fosse figlio di un dio minore, come se desiderarlo costituisse un’ombra, una macchia sulla nostra capacità di condividere, sul nostro essere dei buoni compagni/genitori/figli/amici/colleghi. 

Eppure il nostro benessere si fonda spesso sull’equilibrio che riusciamo a trovare fra necessità che sembrano inconciliabili.

Il primo passo è riconoscere e rispettare sia il nostro bisogno di compagnia sia il nostro bisogno di solitudine, il secondo è certamente quello di trovare un punto d’equilibrio personale fra queste due necessità, che non è lo stesso per tutti.

Nei romanzi dell’Ottocento, ma non solo, si trova spesso la bellissima espressione, totalmente caduta in disuso: “si ritirò nelle sue stanze”. Per dormire? Probabile, ma non certo. Quello che uno faceva, una volta ritiratosi, erano rigorosamente affari suoi e nessuno ci trovava niente di strano o si sognava di chiedere “Che cosa fai?”.

 

PERCHÉ STARE UN PO’ PER CONTO PROPRIO FA BENE

 

Ovviamente quasi nessuno oggi ha delle stanze (plurale!) a disposizione, ma isolarsi ogni tanto rimane essenziale. Protegge dall’iperattività, dagli eccessi di impegni, dal sovraccarico emotivo e pratico.

Mi sento spessissimo raccontare: Ero solo/sola a casa, ho fatto le mie cose in santa pace. Ma spesso è un godimento a metà, perché ci sentiamo un po’ in colpa a non volere fra i piedi le persone che amiamo.

In realtà è vero il contrario: se riusciamo a ritagliarci degli spazi personali poi siamo più gentili e più disponibili con le persone con cui viviamo e con il prossimo in generale. Abbiamo bisogno di estraniarci per ritrovarci e recuperare anche la capacità di apprezzare davvero chi ci circonda.

I momenti riservati a noi stessi vanno coltivati consapevolmente perché salvaguardano il senso della nostra integrità personale e ci ricaricano. Sono un regalo che dobbiamo farci con regolarità, consentendo anche ai nostri cari di fare altrettanto, senza offenderci o rimanerci male.

 

SOLI, MA NON TROPPO

 

Qualche anno fa, sono andata a vedere la minuscola capanna (ricostruita, l’originale non esiste più), dove, a partire dal 1845, Henry David Thoreau visse due anni in solitudine a contatto con la natura, come raccontato nel famosissimo Walden. Ovvero vita nei boschi, libro autobiografico ancora attuale.

Soltanto in loco, mi sono resa conto che Thoreau visse l’avventura del suo libro-manifesto sulla vita solitaria nella natura a sole due miglia di distanza dal centro di Concord, in Massachussets, la cittadina dove era nato e vissuto. Molto molto vicino a casa, dunque.

A neanche tre miglia di distanza dalla capanna, lambita dagli stessi boschi, si trova la casa scura e non del tutto rassicurante dove, pochi anni dopo, Louisa May Alcott scrisse Piccole donne, il romanzo-simbolo delle gioie della vita domestica in famiglia.

Dopo aver visto luoghi e distanze, i due mi sono sembrati molto più chiaroscurati.

Guardando fuori dalle rispettive finestre ho pensato che forse lui, per rincuorarsi nei momenti in cui la solitudine diventava pesante da sopportare, si diceva che in poche ore sarebbe potuto tornare fra le persone che lo conoscevano bene e che a lei bastava uscire ed entrare nel bosco per nutrirsi di solitudine, quando magari era stanca dell’affollamento di casa sua (aveva tre amatissime sorelle, com’è noto).

La verità è che ognuno ha il suo personalissimo equilibrio fra bisogno di compagnia e di solitudine.

 

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