Ogni tanto sento l’esigenza di scrivere qualcosa di diverso: quello di oggi non sarà un articolo, ma il breve racconto della visita a una casa che mi ha colpito moltissimo e che desideravo vedere da molti anni. 

Anzi, per la verità le case sono due e sono entrambe appartenute allo psichiatra e psicoanalista svizzero Carl Gustav Jung: distano appena una trentina di chilometri l’una dall’altra, ma raccontano mondi diversissimi. Di fatto svelano la doppia vita di un uomo che la scrittrice Sandra Petrignani ha mirabilmente definito “un intellettuale finissimo con una semplicità e una manualità da contadino, uno sciamano, un guaritore che leggeva nel pensiero, che sapeva adattare le parole e finanche il tono di voce alle esigenze dei diversi pazienti, un improvvisatore originale, sorretto da studi serissimi, vasti, singolari”.

Di Jung si sa molto perché è vissuto nel secolo scorso, ma non si sa tutto quel che si potrebbe. Di fatto, gli eredi non hanno ancora voluto consegnarlo alla Storia: tantissimi documenti privati non sono stati divulgati e delle due case (una è a Küssnacht, l’altra a Bollingen) solo quella di famiglia a Küssnacht è visitabile su appuntamento due giorni a settimana.

Le ho viste entrambe pochi giorni fa, grazie a una meravigliosa amica che mi accompagna molto generosamente e sempre volentieri dove mi portano i miei interessi (anche quando sono solo miei), e il contrasto fra i due luoghi mi ha emozionato moltissimo. 

La casa di famiglia di Jung, sulla via principale di Küssnacht, è perfetta, benestante, comoda, con un curatissimo giardino e un lungo viale d’accesso. È una casa di rappresentanza, sembra costruita per dare una certa impressione, presuppone lo sguardo altrui.

Ma l’altra casa, a Bollingen, racconta una storia tutta diversa. 

 

ALLA RICERCA DELLA TORRE

 

“Ho una piccola casa a Bollingen, dove mi ritiro”, diceva Jung discretamente, alludendo al luogo noto come la Torre di Bollingen, che sorge in un punto isolato sul lago di Zurigo.

La Torre è diventata un luogo mitico, e in qualche modo misterioso, per l’immenso valore che aveva per lui, che lì riusciva a “pensare con l’inconscio”, e perché è rimasta proprietà privata dopo la sua morte nel 1961. Come dicevo, gli eredi non ne hanno voluto fare un luogo visitabile. 

Alla Torre, che in parte aveva costruito con le sue stesse mani, Jung dedica un intero capitolo della sua autobiografia Ricordi, sogni, riflessioni, con parole tali da renderla leggendaria: “Fin dal principio sentii la Torre come un luogo, in un certo senso, di maturazione, un grembo materno, una figura materna nella quale potessi diventare ciò che fui, sono e sarò. Mi dava la sensazione di essere rinato nella pietra. […] Tutto vi ha la sua storia, e la mia; vi è spazio per l’infinito regno sotterraneo della psiche”.

Siamo arrivate in zona Torre a fine pomeriggio. La luce era bellissima, ma della Torre non v’era traccia. Dalla strada non si vedeva assolutamente niente e non c’era nessuna indicazione.

Abbiamo attraversato un ponticello e proseguito a piedi per una stradina che correva parallela al lago. Solo un cancello arrugginito da pascolo, come unico accesso al lago, e ancora nessun cartello. “Qui non ci sono torri. Jung chi?”, ci ha risposto una ciclista di passaggio.   

La mia amica ha aperto il cancello arrugginito, per andare a chiedere informazioni a un uomo che si intravedeva poco distante e che stava facendo legna. “La Torre? Sì, è qua dietro. Ma è proprietà privata, non si può entrare”.

Era proprio lì, resa invisibile dagli alberi che la circondano come un piccolo castello incantato. Esiste proprio nell’assenza di sguardo altrui. 

Abbiamo bussato e ci ha aperto una pronipote di Jung, molto gentile, di passaggio alla Torre proprio in quei giorni. Le ho fatto il discorso più patetico e autenticamente emozionato che io abbia mai pronunciato per convincerla a farcela visitare e ci ha fatto entrare. 

Non c’è corrente elettrica alla Torre, ovviamente non c’è telefono, non c’è nulla. Solo pietre, acqua, e un’energia particolare, molto difficile da rendere a parole. Jung ci si ritirava per mesi, tagliando la legna, cucinando, pompando l’acqua da un pozzo, facendo tutti i lavori manuali necessari. 

Ognuno di noi ha un lato domestico e “civilizzato” e un lato in qualche modo selvaggio. Jung ha reso visibili i due aspetti, incarnandoli fisicamente in due luoghi profondamente diversi, dove il “selvatico” sembrava essere necessario per riuscire a equilibrare il domestico. 

Pochi luoghi rivelano come la Torre quanto sia importante conoscersi. 

 “A Bollingen mi trovo nella mia più vera natura, in ciò che esprime profondamente me stesso.”

(Carl Gustav Jung)

 

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