Sono un’appassionata di serie tv. Non un po’, lo sono proprio all’ultimo stadio. Penso che spesso e volentieri siano prodotti eccellenti, perché ormai in questo genere si cimentano grandi registi, sceneggiatori e interpreti di altissimo livello.

Puntualmente, però, quando mi sono ben bene affezionata ai personaggi e la storia mi ha completamente catturata, arriva… il finale di stagione.

Il finale di stagione è una cosa veramente antipatica, perché, se gli sceneggiatori hanno lavorato bene, espande al limite della sopportazione l’effetto che già si prova in misura minore alla fine di ogni puntata: la storia s’interrompe in un momento decisivo e noi veniamo lasciati “appesi” proprio sul più bello, in uno stato di tensione psicologica decisamente poco piacevole (non a caso questo espediente si chiama cliffhanger).

Quel “devo assolutamente sapere come va a finire”, che ci spingerà a seguire anche la stagione successiva, si deve al cosiddetto “effetto Zeigarnik”, che prende il nome dalla psicologa russa Bluma Zeigarnik e di cui forse hai già sentito parlare.

Partendo da un esperimento, la Zeigarnik scoprì che i compiti non portati a termine si impongono alla nostra memoria molto più di quelli che abbiamo concluso, continuano a tornarci in mente generando una tensione che sembra avere uno scopo preciso: spingerci a completarli

In sostanza, la nostra mente non ama lasciare le cose in sospeso, anche quando non ne siamo consapevoli rimane attiva su ciò che dobbiamo ancora portare a termine (se ci pensi, gli esempi quotidiani sono infiniti: ci risulta sgradevole persino lasciare a metà un libro che non ci piace).  

 

VANTAGGI E SVANTAGGI DELL’EFFETTO ZEIGARNIK

 

È opportuno essere consapevoli di quest’effetto per utilizzarlo a nostro vantaggio. Ad esempio, in un’intervista lo scrittore Ernest Hemingway ha dato un consiglio contro il “blocco dello scrittore” che sfrutta proprio questa tensione: “Tu scrivi fino a che non arrivi a un punto in cui hai ancora idee e sapresti come andare avanti, allora ti fermi e lasci stare fino al giorno dopo, quando ti rimetti a lavorare”. 

Molto è già stato detto su come l’effetto Zeigarnik può trasformarsi in un prezioso alleato contro la procrastinazione: basta iniziare. Se cominci a fare qualcosa che davvero t’interessa fare, infatti, grazie a quest’effetto le tue probabilità di portare a termine il compito aumentano esponenzialmente, anche se hai iniziato con un piccolo passo, in apparenza insignificante.

Se la funzione di farci portare a termine i compiti e raggiungere gli obiettivi è senz’altro utile, il suo effetto collaterale, cioè i connessi pensieri assillanti, non è semplice da gestire. Se l’incompiuto ha la capacità di dominare la nostra attenzione e di persistere nella nostra mente, come possiamo pensare di riuscire a “staccare”? Ci saranno sempre delle cose lasciate in sospeso, delle email alle quali non abbiamo risposto, delle telefonate che non abbiamo fatto, delle azioni non compiute.

Ma non solo: se l’incompiuto ha una capacità così persistente di interferire e di distrarci, come possiamo concentrarci su quello che stiamo facendo? Come difenderci da questi pensieri invadenti, che esercitano una pesante azione di disturbo, ricordandoci quello che dovremmo fare e che non stiamo facendo? Il sistema c’è.

 

COME METTERE A TACERE I PENSIERI INVADENTI 

 

Pochi anni fa lo psicologo Roy Baumeister, di cui ho già scritto, ha pubblicato uno studio realizzato insieme a E.J. Masicampo (intitolato Consider It Done!), che giunge a conclusioni confortanti: l’effetto Zeigarnik si placa non solo portando a termine un compito, ma anche semplicemente pianificandolo

In sostanza, per smettere di essere distratti dai pensieri invadenti relativi a ciò che abbiamo lasciato in sospeso non è necessario passare subito all’azione: possiamo liberarci la mente semplicemente scrivendo il compito e mettendolo in agenda.  

Una volta che abbiamo pianificato, il nostro inconscio sa come e dove agire e questo basta a placarne i reclami, ben prima di aver completato il compito, perché in un certo senso il processo è stato “automatizzato”. Quando si pianifica, infatti, l’attività cognitiva relativa all’incompiuto si riduce drasticamente, anche se l’obiettivo non è stato raggiunto, e possiamo finalmente rivolgere la nostra attenzione altrove.

Dobbiamo fare una visita di controllo? Se non ci è possibile farlo subito, invece di continuare a ripeterci “devo ricordarmi di fissare la visita”, possiamo segnare in agenda in un determinato giorno “ fissare la visita x”. Una volta che il compito è pianificato non abbiamo più bisogno di pensarci, possiamo dimenticarcene finché non arriverà il momento di eseguirlo.   

La scoperta dell’acqua calda? Mica tanto. A volte lo facciamo, ma altrettante no.

Pensa ai tuoi obiettivi. È noto che la capacità di pianificare è di per sé fondamentale per raggiungerli, ma diventa cruciale se gli obiettivi sono tanti o complessi, anche alla luce di ciò che stiamo esaminando qui.

Visto che la nostra attenzione non può essere su tutto contemporaneamente (un’attenzione focalizzata per definizione esclude), l’obiettivo su cui stiamo lavorando in un determinato momento dovrà competere nella nostra mente con tutti gli altri obiettivi per l’utilizzo delle nostre risorse cognitive. Siamo quindi obbligati a mettere in fila le cose. La pianificazione ci consente di focalizzarci efficacemente su ciò che stiamo facendo, proprio perché mette a tacere i reclami di ciò che non stiamo facendo.

Per sapere a che cosa dare la priorità nel pianificare e mettere in fila le cose, ti suggerisco la lettura del validissimo Una cosa sola: L’unico metodo per fissare le priorità e ottenere risultati eccezionali  di Gary Keller, di cui ho già parlato in un altro articolo.

 

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