Sono una perfezionista pentita. Ho una conoscenza approfondita del problema, ne ho patito le conseguenze per anni. Debellato per sempre? Debellato, sì, ma da tenere monitorato a vita, perché ricascarci è un attimo.

Perseguire il miglioramento è cosa sana, inseguire la perfezione no. Non saremo mai perfetti. E poi perfetti secondo chi?

Che cosa vuol dire in pratica essere perfezionisti? Vuol dire rivedere una presentazione venti volte, vuol dire rifare un pdf solo perché c’è una doppia spaziatura alla centesima riga di testo, vuol dire guastarsi la festa per un errore e perdere di vista la bontà dell’insieme (e con questo il piacere e il senso di ciò che conta davvero).

Amo la cura nei dettagli, mi piacciono i lavori ben fatti e sono fermamente convinta che la qualità paghi. Ma voler sempre fare del proprio meglio è una cosa, perseguitarsi un’altra.

Questa non è determinazione. È qualcosa che a conti fatti porta a fare di meno, non di più.

Il perfezionismo restringe la vita, la soffoca.

 

COME IL PERFEZIONISMO TI LIMITA LA VITA

 

Se sei un perfezionista ti riconoscerai in questi comportamenti:

● non tolleri il fallimento, per te è una tragedia, quindi, per essere certo di non fallire, se non ti senti assolutamente competente in qualcosa eviti di farla

● sei perennemente insoddisfatto, perché se le cose non sono perfette per te non valgono nulla

● fai fatica a concludere, schiacciare il tasto “invio”, consegnare, perché ciò che fai non è mai all’altezza dei tuoi standard irraggiungibili (questo è un problema che aveva anche Leonardo da Vinci, quindi almeno sei in buona compagnia)

● sei severissimo con te stesso

● sei eccessivamente sensibile alle critiche, per te significano che hai fallito

● impieghi molto più tempo del necessario per qualunque lavoro, perché revisioni tutto più volte (mail di lavoro incluse)

● fai fatica a delegare, così almeno sei certo che le cose vengano fatte come vuoi tu

● ami le istruzioni precise e dettagliate

● non tolleri l’imprecisione in te stesso e negli altri

● puntualizzi e correggi spesso

È stato detto, con ragione, che l’essere perfezionisti è come vivere costantemente in una sfiancante gara senza traguardo. Stiamo parlando di un nemico che fa prigionieri, perché il perfezionismo è una prigione. Ed è anche una colossale perdita di tempo.  

 

COME SI SMETTE DI ESSERE UN PERFEZIONISTA?

 

La ricercatrice e narratrice americana Brené Brown, che cito sempre volentieri perché mi piace moltissimo, nel suo libro I doni dell’imperfezione definisce il perfezionismo come un sistema di valori autodistruttivo, perché la perfezione è un obiettivo irraggiungibile, che nulla ha a che vedere col desiderio di migliorare.

Come uscirne? Apri la porta della prigione e butta via la chiave.

Scegli di vivere, di cadere, di buttarti, di provare, di non prenderti troppo sul serio, di essere grato per quello che hai.

Soprattutto, sii gentile con te stesso.

Dicendo questo non la faccio facile, perché so per esperienza personale che non è affatto facile. Ma è possibile.

Il punto chiave, come sempre, è la pratica: ci si libera dal perfezionismo evitando ogni giorno consapevolmente di ricadere nei suoi meccanismi (come i comportamenti elencati sopra), coltivando l’autocompassione e l’autoironia, provando a cimentarsi in cose nuove senza scartare a priori ciò che non si sa fare.

Provaci e basta, anche se non le sai fare bene. Potrà capitarti di ridere.

 

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