I fallimenti non piacciono a nessuno, è evidente. Ma c’è un’enorme differenza fra il non gradirli e una paura di fallire così intensa da arrivare a bloccarci. Nel primo caso prenderemo semplicemente delle precauzioni per minimizzare le probabilità di non riuscire, nel secondo ci ritireremo senza neanche tentare, evitando di correre ogni possibile rischio.

Nel libro La felicità in tasca – L’arte di vivere bene senza essere perfetti (un valido libro sul perfezionismo, pieno di esercizi utili, il cui titolo originale, The pursuit of perfect, è più sobrio e aderente al contenuto), Tal Ben-Shahar, uno dei massimi esperti di psicologia positiva, evidenzia la connessione fra questo secondo modo di gestire la paura del fallimento e il perfezionismo.

Torno a scrivere di perfezionismo perché è un tema di cui sento quasi quotidianamente parlare nel mio lavoro e, come ho scritto nell’articolo “Confessioni di una perfezionista pentita”, è anche una mia tendenza da tenere sempre sotto controllo (mi consolo perché Tal Ben-Shahar stesso dichiara di lavorare ogni giorno sul suo).

 

SODDISFATTI? MA QUANDO MAI?

 

Ho recentemente letto l’autobiografia di Arnold Schwarzenegger. Mi era stata consigliata e in effetti mi ha colpito (è una storia che merita, comunque la si pensi su di lui). C’è un passaggio particolarmente interessante per il tema di quest’articolo: Schwarzenegger racconta dei suoi studi di recitazione e delle difficoltà incontrate nell’imparare ad attingere alle sue emozioni. Per risolvere il problema, un giorno il suo insegnante gli suggerì di ricordare l’euforia dei momenti di vittoria nelle gare di bodybuilbing, in modo da poterla usare in una scena. Cito testualmente quello che Schwarzenegger scrive in proposito: “Non ero particolarmente euforico quando vincevo. Faceva parte del compito. Avevo l’obbligo di vincere. Quindi non mi sentivo tipo: ‘Sì, ho vinto!᾽. Piuttosto pensavo: ‘Ok, fatto. Passiamo alla competizione successiva᾽”.

Ho riportato questo dialogo interiore perché mi è anche troppo familiare: poca euforia, obbligo, compito, altro compito, ecc. Riconosci quest’approccio? Per un perfezionista è pane quotidiano e rivela un aspetto più intimo che evidente: la sostanziale incapacità di godere dei propri successi. Quando il perfezionista raggiunge un obiettivo, immediatamente comincia a preoccuparsi di raggiungere quello successivo.

Come spiega Tal Ben-Sharar nel suo studio, il perfezionismo può essere caratterizzato non solo dalla paura dell’insuccesso (aspetto che certamente non riguarda Schwarzenegger), ma anche dal rifiuto del successo.

Se il primo punto è abbastanza intuitivo, il secondo è più sorprendente, ma, se ci pensi bene, è vero: il perfezionista non percepisce mai la sensazione del successo, non lo accetta realmente, perché qualunque cosa riesca a ottenere non sarà mai abbastanza e mai all’altezza dei suoi standard. Non si concede mai di provare soddisfazione e piacere per i risultati ottenuti. Il successo non sedimenta, perché per lui non è tale. 

Il perfezionista può arrivare quindi a precluderselo sia prima, prefiggendosi standard troppo elevati, che dopo, non riuscendo mai ad apprezzare quello che ottiene.

Come Sisifo, che secondo il mito fu condannato da Zeus a spingere in eterno, fino alla cima di un monte, un masso, che ogni volta rotolava giù obbligandolo a ricominciare la scalata da capo, il perfezionista non ha mai requie, perché neanche il successo gli concede una tregua.

 

L’IMPATTO DEL PERFEZIONISMO SULL’AUTOSTIMA

 

La questione è che l’insuccesso è comunque inevitabile. Capita, prima o poi. E capita a tutti, anche a quelli cui sembra non capitare mai. Se hai letto delle biografie, avrai visto che il fallimento strada facendo è un ingrediente che non manca mai. Davvero si può dire che la strada del successo sia lastricata di insuccessi. Sbagliamo perché siamo umani, quindi non accettare di sbagliare significa non permettersi di essere umani.

Ma perché il perfezionismo ha conseguenze rilevanti anche sull’autostima? Perché se rinunciamo senza tentare, a fronte alla possibilità di uscirne sconfitti, è come se ci dicessimo che siamo incapaci di gestire il fallimento. La nostra autostima inevitabilmente ne risentirà. Osando, invece, interiorizziamo il messaggio che siamo abbastanza forti da affrontare anche la possibilità di fallire

Ben-Shahar spiega molto bene questo passaggio: “La capacità di affrontare le sfide piuttosto che evitarle ha sulla nostra autostima un effetto che, a lungo termine, è maggiore rispetto al fatto di vincere o perdere. Paradossalmente, gli insuccessi possono rafforzare la propria sicurezza di sé, la propria fiducia nella capacità di affrontare le sconfitte, perché ci si rende conto che la bestia sempre temuta – l’insuccesso – non è poi così terrificante come si pensava”.

A proposito di questo riporto la bellissima citazione del filosofo Søren Kierkegaard contenuta nel libro: “Osare significa perdere momentaneamente il proprio equilibrio, non osare significa perdere se stessi”.

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