In via Rossini a Milano c’è una casa molto particolare. Su di me esercita un fascino irresistibile da quando l’ho scoperta, qualche anno fa, passandoci davanti per caso.

Ho gettato un’occhiata distratta all’interno del portone (lo faccio sempre, sapendo che Milano ha meravigliosi cortili, nascosti dietro facciate austere o relativamente anonime) e mi sono bloccata, incapace di proseguire. Ho attraversato il portone, come se stessi seguendo il pifferaio magico, e mi sono ritrovata, di colpo, nella seconda metà dell’Ottocento.

La casa ha un cortile che si apre su un giardino interno e un secondo cortile laterale. Si vede che è stata costruita a più riprese e, soprattutto, che è stata amata. Ho scoperto dopo, facendo ricerche, che una volta si chiamava la “Casa degli artisti”, perché ci gravitavano gli artisti dell’Accademia delle Belle Arti di Brera.

Stupenda e appassita, eccentrica e fatiscente, è una casa vera, non un palazzo, e ha un potere di incanto unico: al suo interno non guardi l’Ottocento, sei nell’Ottocento.

Ci torno una volta al mese e ogni volta mi affascina. Ci torno perché la sua atmosfera mi dà gioia e perché i suoi muri raccontano storie.

È un “mio luogo”, mi ci sento a casa anche se non è casa mia. Amiamo persone e luoghi per come ci fanno sentire e possiamo sentirci a casa in un luogo pur non abitandoci.

 

ESSERE IN TANTI LUOGHI PER NON ESSERCI

 

Ho viaggiato tanto e ho visto posti bellissimi. Anche a Milano, ammetto che mi è sempre risultato difficile sentirmi a casa, perché voleva dire radicarmi e io proprio non riuscivo a immaginarmi radicata. Ancora oggi, per me l’errare continua ad avere molto senso (Ulisse è da sempre il mio eroe preferito).

Tuttavia, l’irrequietezza non esprime solo un bisogno di scoperte e un’insaziabile curiosità. Il “lato oscuro” di questa forza è un costante senso di insoddisfazione che richiede continuo nutrimento (chi ne soffre lo sa bene).

Sei in tanti luoghi ma non sei veramente da nessuna parte, non sei mai completamente presente. Una parte di te è già nel luogo che verrà, nel prossimo viaggio, dopo quella curva. Avanti, da qualche parte. Comunque altrove.

 

L’IMPORTANZA DEI LUOGHI DELL’ANIMA

 

Ho dovuto prima imparare a fermarmi e ad ascoltarmi. Poi, soltanto dopo, sono riuscita a riconoscere i miei luoghi e ad affezionarmici senza sentirmi in trappola.

Non è affatto detto che la casa dove abitiamo sia per definizione uno di questi luoghi: il posto dove dovremmo sentirci sempre a nostro agio, e finalmente noi stessi, può essere un luogo che non amiamo, che non ci rappresenta, dove stiamo senza esserci.

A questo proposito, mi viene in mente il personaggio interpretato da George Clooney in Tra le nuvole, che vive in viaggio, fra alberghi e aeroporti, e la cui casa è un luogo totalmente anonimo, a tutti gli effetti una “non casa”.

Siamo a casa quando siamo in un luogo a cui sentiamo di appartenere. Creare un legame con un luogo è un’esperienza di profondità, di radicamento, una connessione importante che ci restituisce energia e forza. Siamo nel posto giusto, nel nostro posto. 

Le radici possono dare molta pace.

Conosco intimamente i miei luoghi e ne conoscerò ancora. Sono più di uno, ma per certi aspetti è sempre lo stesso luogo, perché ci sono delle caratteristiche che si ripetono in tutti i posti in cui mi sento a casa. La sensazione che mi danno è inequivocabile. 

Tu sai quali sono i tuoi luoghi? Dove ti senti a casa? Quali posti ti restituiscono energia?

 

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