Steve Peters è uno psichiatra, un matematico e un tipo geniale, capace di rendere semplice la complessità. Da molti anni lavora con grande successo al miglioramento delle prestazioni atletiche e sa bene che impatto possono avere pensieri ed emozioni sulle nostre performance. 

Peters ha scritto un libro che ho adorato, Il paradosso dello scimpanzé. Il programma di gestione mentale per conquistare successo, autostima, felicità (tradotto in italiano in un’edizione a cura di Massimo Picozzi), dove propone un modello volutamente semplificato di come funziona la nostra mente, facile da comprendere e molto divertente. Il risultato è uno strumento utilissimo per aiutarci a gestire meglio la nostra vita.

Come gli è riuscito di rendere semplice una materia così complessa? Grazie a una metafora, che ci consente di capire al volo perché spesso i nostri comportamenti non sono in linea con le nostre intenzioni, perché vogliamo fare una cosa e poi finiamo per farne un’altra: immagina di avere nella testa uno scimpanzé, con cui devi convivere e che può essere il tuo miglior amico e il tuo peggior nemico, a seconda di come lo gestisci. 

A volte agisci in modo totalmente irrazionale? Sei sopraffatto da pensieri ed emozioni che non vorresti avere e che ti sembra di non poter controllare? Spesso ti sembra addirittura di autosabotarti? Se questo avviene, vuol dire che lo Scimpanzé che è in te ha preso il sopravvento.

Secondo il modello di Peters, lo Scimpanzé rappresenta la parte limbica del nostro cervello, mentre l’Umano rappresenta la parte frontale: lo Scimpanzé è emotivo e impulsivo, l’Umano è logico e razionale. I due hanno personalità indipendenti, pensano e agiscono in modo molto differente, anche se abitano entrambi nella nostra testa. Quando pensiamo a noi stessi ci riferiamo all’Umano, noi siamo l’Umano. Chi è invece lo Scimpanzé?

Lo Scimpanzé è un ospite molto potente che tutti abbiamo e che assolve lo scopo di garantire la nostra sopravvivenza. Non è né buono né cattivo, è semplicemente uno scimpanzé che fa il suo mestiere e che, se non gestito, può dominare la nostra vita al posto nostro.

Come fare a capire quando ha preso il sopravvento? Chiediti semplicemente «Voglio avere questi pensieri?», «Voglio comportarmi in questo modo?». Se la risposta è «no», allora eri in modalità Scimpanzé.

La nostra scimmia interiore si prefigge la sopravvivenza, ma l’Umano ricerca l’autorealizzazione. Non è la stessa cosa, quindi uno dei segreti del successo e della felicità è certamente imparare a convivere con il nostro Scimpanzé senza esserne ostaggi. 

 

IL PIANETA DELLE SCIMMIE: COME SI COMPORTA LO SCIMPANZÉ  

 

Lo Scimpanzé segue le regole della giungla. Ha pulsioni potenti, che devono necessariamente essere intense perché altrimenti non garantirebbero la sopravvivenza della specie: il sesso, il predominio, il cibo, la sicurezza, la cura della prole, l’appartenenza a un branco e la difesa del territorio (lo Scimpanzé va certamente spesso alle assemblee condominiali).

Tipicamente reagisce in modo impulsivo e irrazionale, è inflessibile e intollerante, salta a conclusioni affrettate sulla base di impressioni, pensa in bianco e nero, si mette subito sulla difensiva, vede dappertutto attacchi personali, offese gravissime e catastrofi incombenti.

Perché fa così? Ha bisogno di sentirsi al sicuro, quindi è sempre all’erta per individuare i pericoli. E più si sente vulnerabile più diventa diffidente (nella giungla non si trova esattamente in cima alla catena alimentare, può realmente essere sbranato da un predatore, quindi è un atteggiamento più che comprensibile). Per lui si può soltanto vincere o perdere e perdere vuol dire non sopravvivere.

Sapendo di essere potenzialmente in pericolo in ogni momento, il nostro Scimpanzé vive in uno stato di tensione perenne: si arrabbia facilmente, si agita subito, tende all’instabilità emotiva, ma, dato che non viviamo nella giungla, il comportamento che ne deriva è quasi sempre inappropriato e dannoso per noi.

Non serve a nulla cercare di cambiarne la natura, né tentare di controllarlo con la forza di volontà (è cinque volte più forte di noi), ma possiamo allevarlo e gestirlo bene, perché, in ogni caso, è il nostro Scimpanzé e ne siamo responsabili.

 

COME SI PUÒ GESTIRE LO SCIMPANZÉ

 

Dato che cercare di reprimere una scimmia che impazza e scorrazza è del tutto inutile, Peters, nel suo utilissimo libro suggerisce tre “metodi” per gestire il nostro impulsivo ospite: ginnastica, box e banana. Fanno ridere e sono così semplici da sembrare ovvi, ma funzionano in modo sorprendente:

● GINNASTICA: se il tuo Scimpanzé è agitato e non ti dà retta, come prima cosa fallo sfogare senza ribattere, consentendogli di «fare ginnastica». Impiegherà anche meno di dieci minuti a esprimere tutte le sue paure ed emozioni, poi si metterà tranquillo, ti ascolterà o si addormenterà. Naturalmente dovrai portarlo a fare ginnastica in un luogo appropriato, l’equivalente di un recinto chiuso, per esprimere ciò che prova in privato. 

Fuor di metafora questo vuol dire che va benissimo sfogarsi, purché nel contesto giusto. Puoi allontanarti da una riunione sgradevole e chiuderti in bagno a far sbollire la rabbia, puoi singhiozzare in solitudine nel cuscino del tuo letto, puoi scrivere le tue emozioni o andare a correre, ma se preferisci sfogarti con qualcuno abbi cura di scegliere una persona giusta, in grado di capire che in quel momento non sei tu ma è lo Scimpanzé a parlare e che non è il caso di ribattere. Altrimenti ci sarà un’escalation e… danni assicurati, esattamente come se avessi lasciato uno scimpanzé vero libero di scorrazzare in un supermercato.

● BOX: quando lo Scimpanzé si è sfogato abbastanza, puoi «metterlo a cuccia», cominciando a parlargli e a ragionarci con calma, con un dialogo che sia in grado di accettare (a volte, peraltro, è consigliabile dargli retta ed evitare ciò che ci dice di evitare). 

Nella pratica questo può significare, ad esempio, che, se le cose ti sembrano in bianco e nero, puoi chiederti se esistono delle alternative utili, o se c’è una via di mezzo.

● BANANA: lo Scimpanzé ama le banane, quindi puoi dargliene una, se può servire a distoglierlo da una preoccupazione o a premiarlo. Anche se non risolvono efficacemente il problema che lo ha fatto agitare, possono essere utili per gestirlo nel breve.

Le banane sono di due tipi: distrazioni o ricompense. La banana della distrazione serve a tenerlo occupato se è impaziente quando magari sei in attesa di qualcosa e non vuoi che partano i pensieri negativi. La banana della ricompensa funziona bene se vuoi spronarlo, quindi… premiati quando raggiungi un obiettivo.

E poi c’è un esercizio fondamentale, che Peters suggerisce di fare quotidianamente: prenditi dieci minuti ogni sera per riflettere su come hai gestito lo Scimpanzé nel corso della giornata, magari scrivendo qualche riga, in modo da aumentare via via la tua capacità di accorgerti di quando ti ha dirottato. Ripensa alle reazioni che ha avuto lo Scimpanzé e rifletti sui modi diversi in cui l’Umano, che poi sei tu, avrebbe potuto affrontare le situazioni.

Peters suggerisce anche di dare un nome al tuo Scimpanzé. In fondo ci avrai a che fare per tutta la vita.

 

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